La filosofia della Regina degli scacchi

“è un intero mondo di 64 caselle, mi sento sicura lì, posso dominarlo, ed è prevedibile! Quindi se mi faccio male posso incolpare solo me stessa”.

La fortunata serie Netflix, tratta dall’omonimo romanzo di Walter Tevis, mostra le vicende di Elizabet “Beth” Harmon, giovane donna appassionata di scacchi sin da bambina.

Nell’orfanotrofio in cui viene presa, e in cui ci rimarrà per qualche anno, Beth scopre Mr. Shaibel, il custode. Quest’ultimo ha una scacchiera nella sua stanza e Beth si incuriosisce chiedendo a Mr. Shaibel di insegnarle a giocare.

Fin qui nulla di strano, giusto? Beh, no.

Ai bambini e bambine dell’orfanotrofio ogni mattina venivano date delle pasticche, semplici medicine, tra cui i tranquillanti e sotto consiglio della ragazza più grande all’inetrno della struttura, Jolene, non ingoia i tranquillanti ma li mette dentro il bicchiere che sta sul suo comodino.

La sera, quando Beth prende la pasticca, proietta con la mente la scacchiera sul soffitto immaginando le varie mosse da fare, usando i tranquillanti a scopo “benefico” (ovvero memorizzare le mosse).

Purtoppo ne rimarrà dipendente.

Una scena ripresa dalla serie. Scacchi immaginati sul soffitto

Quando viene adottata e si trasferisce in città, Beth è ancora interessata agli scacchi: infatti con i soldi della paghetta riuscirà a comprarsi una scacchiera e inizierà a leggere la Chess Review.

Il modo di giocare di Beth assomiglia molto a quello che possiamo chiamare in termini freudiani come un istinto di violenza, thanathos, modus operandi e rimproveratole anche verso la fine della serie, controbilanciato da una grande preparazione culturale e dallo studio dei più grandi maestri di scacchi come José Raúl Capablanca più volte citato dalla stessa Beth, noto scacchista cubano campione mondiale di scacchi dal 1921 al 1927.

L’ apparente manifesto al femminismo rappresentato dalla protagonista purtroppo non è supportato da fonti storiche evidenti nella serie riguardo la figura femminile nel mondo degli scacchi; la mancanza di riferimento a giocatrici storiche come Ljudmyla Volodymyrivna Rudenko e Věra Menčíková penalizza la serie sotto questo punto di vista.

Una scena ripresa dalla serie. Al centro delle varie riviste la “Chess Review”

La morte della madre adottiva segna il punto di rottura con la scacchiera, segnato da un uso più frequente di fumo e alchool arrivando al punto di isolarsi.

Infine la protagonista potrebbe alludere ai giorni di oggi alla scacchista Jutid Polgar nata nel 1976 la più giovane scacchista ad entrare nella top 100 giocatori degli scacchi avendo conseguito soltanto all’età di 15 anni il titolo di gran maestro degli scacchi; inoltre la serie tv potrebbe alludere alla conclusione di una Guerra Fredda finita in un altro arco narrativo a causa della vincita di una donna americana sull’indiscusso campione sovietico Vassly Borgof.

Oltre agli scacchi si vedono i tranquillanti e gli alcolici che assume la protagonista

Articolo scritto in collaborazione con Il Filosofo Contemporaneo (http://ilfilosofocontemporaneo.com/)

Fabrizio Spurio

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